Bocciature estreme o l’entropia (*) della scuola italiana

The Victorians were great engineers. 
They engineered a [schooling] system that was so robust that it’s still with us today, 
continuously producing identical people for a machine that no longer exists.
Sugata Mitra
 
Che cosa serve -da studiare, da apprendere, da formare- a ciascun individuo per sviluppare le sue attitudini e abilità tanto bene quanto gli è necessario per educare la sua umanità affluente e un atteggiamento positivo verso la propria esistenza; tanto bene quanto è necessario a corroborare le aspirazioni di apprendimento, di relazione e di scambio sociale che intende attivare di sua iniziativa?
Umberto Margiotta
Poco tempo fa mi inoltravo nel canale TED EDUCATION [http://www.ted.com/topics/education], soffermandomi particolarmente sulla conferenza di Sir. Ken Robinson “La scuola uccide la creatività” [http://www.ted.com/talks/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html] e quella di Sugata Mitra “L’educazione guidata dai bambini” http://www.ted.com/talks/sugata_mitra_the_child_driven_education.html. Essendo formatrice (nell’ambito della formazione continua e degli adulti) mi sentivo profondamente toccata dal fatto che le istituzioni e pratiche della formazione, nonché il ruolo del insegnante/formatore, come oggi lo conosciamo, potrebbe essere profondamente cambiato in un futuro non tanto lontano. Certo che questo sconvolgeva le mie più intime corde perché implicava mettere in discussione la mia propria identità professionale.
Mi scopri seduta sul letto a metà notte a chiedermi: perchè la formazione? chi ha bisogno della scuola, delle università, degli insegnanti e delle burocrazie che ne conseguono, in un mondo che autoapprende a ritmi esponenziali, in classi di 160.000 studenti nella rete come quella di Peter Norvig nel suo MOOC sull’Intelligenza Artificiale. [http://chronicle.com/blogs/wiredcampus/stanford-professor-gives-up-teaching-position-hopes-to-reach-500000-students-at-online-start-up/35135].
Ma non bisogna andare oltreoceano per trovare gente che oggi contesta profondamente il ruolo dell’istruzione formale. Basta l’esempio dello studioso dell’education Norberto Bottani, già membro dell’OCSE, con il suo Requiem per la Scuola [si veda la recensione sul blog di Claudio Giunta, http://www.claudiogiunta.it/2013/04/requiem-per-la-scuola/], per capire che i sistemi dell’istruzione, Scuola e Università, stanno per attraversare la più travolgente stagione di cambiamento.
Un mondo senza scuola, era già la visione di Ivan Illich nel lontano 1971. Inimmaginabile. Eppure, oggi, ancora non realizzato, ma sempre più vicino, per mille motivi, per cause economico-sociali, perché il sistema del welfare non è più sostenibile, perché inefficiente a formare i talenti necessari al mondo del lavoro, perchè ossolescente. Marcio.
Che cosa si reclama ad un sistema nuovo, tutto da inventare? La strada è già tracciata dal programma Europeo “Education & Training” 2020 [si veda in particolare la 20.11.2012 COM(2012) 669 final, http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2012:0669:FIN:IT:PDF] ma nel mondo ci sono migliaia di movimenti tentando di inventare spazi alternativi dove crescano nuove proposte.
  • Costruzione di abilità per il XXI secolo:
    • Sviluppo di abilità trasversali, in particolare sullo sviluppo delle abilità imprenditoriali,
    • Abilità nell’area STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) attraverso approcci attivi e laboratoriali, raccontando la storia e le storie della scienza per una cultura scientifica
    • Promuovere l’apprendimento delle lingue
  •  Generare sistemi di formazione e istruzione professionali basati nel contatto con compiti autentici nel mondo reale
  • Stimolare l’apprendimento aperto e flessibile
  • Migliorare i risultati, la valutazione e il riconoscimento dell’apprendimento in modo personalizzato, con riguardo ai talenti di ogni allievo. Per questo occorre utilizzare di più la valutazione formativa (che da un feed-back centrato nella persona) piuttosto che quella sommativa (che si concentra nella somma di risultati parziali in modo meccanico, verso la standardizzazione dei livelli di apprendimento).
  • Utilizzare appieno il potenziale delle tecnologie,
  • etc.
Insomma, un cambiamento che va agito al più presto pena lo spreco di talenti per un futuro innovativo, creativo, sostenibile, inclusivo.
Eppure, mentre lo scenario di cambiamento è già tra noi, lo sentiamo, ne parliamo, lo reclamiamo in ogni conferenza di ambito pedagogico (si vedano per esempio le tematiche della SIREF, Società Italiana di Ricerca Educativa e Formativa o la SIPED, Società Italiana di Pedagogia, tutte relative al cambiamento e le necessità di basare la scuola su evidence based research), c’è là fuori un piccolo sottomondo che resiste e che continua a provocare danni irrazionali su quelle che sono le leve del futuro.
Vi racconterò una breve storia. Una storia alquanto dolorosa, che sta a indicare quanto si sia ancora legati al vecchio, marcio sistema dell’istruzione come catena di montaggio, a scapito degli esseri umani che vengono “trittati” in un tale sistema.
Questa è la storia di Sofia, che come ogni adolescente fa il suo percorso verso il conseguimento della maturità scientifica. Frequenta un Liceo Scientifico.
 Un percorso con qualche piccolo incidente (due esami in tutto da fare in matematica). Sofia inizia a sviluppare una passione sempre più profonda per le lingue, per la letteratura, per la filosofia e la storia, mentre le materie scientifiche e soprattutto la matematica iniziano a pesare, a sembrare un impossibile.
Da far notare che in 5 anni Sofia entra soltanto una volta in un laboratorio di Chimica; non vede mai (neanche per video) un esperimento di fisica; non visita mai un laboratorio di scienze applicate (considerando che a Trieste vi è un’area di eccellenza nel settore, a 30 minuti del Liceo !). Niente da fare: la matematica e la fisica vanno ingoiate con il libro di testo aperto, prof. alla lavagna, esercizi che in classe non vengono e che restano per casa, e tante ma tante ore di supporto scolastico privatista che ai genitori costa una certa cifra.
Nel frattempo, Sofia torna a casa entusiasta delle lezioni di filosofia e storia, dove si lavora in gruppi, si fanno percorsi tematici (sulla politica, l’economia, l’etica e cosi via), co-valutazione di compiti ed esposizioni. Più tradizionale l’insegnamento del latino, l’inglese e il francese, ma Sofia ama da sempre le lingue. Eh si: lei è straniera e madrelingua spagnolo.
Con fatica raggiunge il traguardo dell’esame di maturità. Ormai, a 19 anni, si sente grande per sedersi ogni giorno ad ascoltare un professore che espone, infinitamente, narra, si narra, e fa ripetere la sua stessa narrazione ai suoi studenti, correggendo talvolta con astio, favorendo inspiegabilmente alcuni casi e penalizzandone altri.
Ma si arriva agli esami. Con una media del 7,17, fatta di due 6 spinti dai docenti in fisica e matematica, e 7-8 genuini nell’ambito umanistico-linguistico, Sofia è pronta. 15 crediti in entrata, chissà perchè le sue esperienze di studio lingue all’estero non contano alcun credito.
Con gioia si mette al lavoro: pensa al futuro. Pensa al momento in cui potrà dar sfogo alla sua passione per le lingue: è già andata a Ca’ Foscari a vedere il Career Day ed è sicura che le Lingue Orientali fanno per lei.
E tentando di creare un ponte suo, tra questo presente dell’esame e quel futuro a venire, Sofia prepara una tesina tutta sua: “I ponti culturali tra il Giappone e l’Occidente”.
Lavora sodo. Discute con sua madre sul titolo. Quale metafora può meglio rendere le cose che da tempo ama, come per esempio il cinema di Myiazaky <http://it.wikipedia.org/wiki/Hayao_Miyazaki>? Ecco, si: due civiltà che sono lontane, ma che crescono attraverso il dialogo, che si conformano l’un con l’altra,  a volte in modo pacifico, altre attraverso la guerra. Ecco perchè i ponti culturali.
Sofia è appassionata di questo suo tema e studia, vede fonti e crea la sua mappa concettuale, nonché una presentazione powerpoint, dove contestualizza i momenti storici, confronta arte e letteratura, torna a riflettere sulla storia. Ci sarebbe di più da dire, per esempio in ambito scientifico, ma il consiglio dei professori è quello di stare su una triade di discipline al massimo.
Settimana degli scritti: Sofia (e i suoi compagni) si scopre in una situazione di esame difficile, tracce impensabili, e soprattutto una commissione molto rigida. Anche se era soddisfatta della prima prova (lei sente di avere una buona scrittura!), i risultati sono mediocri. Matematica è proprio un disastro. 10-4-9/15 sono i numeri che contraddistinguono chi è lei per la commissione.
Sofia esprime la sua frustrazione, sente che ha sbagliato percorso, che non può dare sfogo alle sue capacità, ma questo è quanto c’è, così è l’esame di stato e ora è questione di fare una buona prova orale. Ha lavorato tanto nella tesina, e ha tanto studiato: ha fiducia in sé stessa ancora, anche se sa che un altro numero segnerà la sua identità per il resto della sua vita. Un 60, che parla per se. Magari.
E invece no. Nonostante la sua esposizione, la risposta a tutte le domande poste dalla commissione, il giorno che i risultati vengono pubblicati, Sofia si trova davanti ad un agghiacciante “risultato negativo”.
L’unica in tutto il Liceo.
L’unica a non averne la capacità di raggiungere la maturità scientifica.
Dentro di sè sente che è un’ingiustizia. Che altri sono stati supportati. Vorrebbe capire.
La sua tesina non è stata valorizzata. Il suo esame orale sarà stato considerato pessimo. I suoi compagni, invece, la rassicurano, e con diversi messaggi dichiarano: c’è stata ingiustizia.
Ma nessun docente, né tanto meno dirigenti, si fanno vivi. Dal Giovedì al Lunedì, giorno in cui la madre ottiene un colloquio, Sofia vive nello sconforto, nella colpa, nella sensazione di “non può essere vero”. Il futuro casca in pezzi, come uno specchio rotto davanti a sé.
Qualche giorno dopo Sofia lotta per riconquistare il suo futuro. Non sarà facile trovare la motivazione per rifare un anno di scientifico. E se tornasse a succedere che qualche altro piccolo dettaglio non va, e allora i numeri non si aggiustano, e di nuovo ci troviamo in un sistema che non ci butta fuori, non ci lascia andare?
Qualche docente ha detto Sofia fatti i conti della serva: per qualche punto non sei arrivata, non ti hanno dato i 22, è molto semplice. 
 
Mmmmhmmm. Molto semplice: la vita di una persona, la sua identità, ciò che è stata, che è, e che vorrebbe essere, ciò che con fatica sta costruendo come sé, dipende, molto semplicemente dai conti della serva. 
 
Allora mi chiedo quale sia il raffinato meccanismo di orologeria che muove dei docenti, quegli infatticabili omini della catena di montaggio del sistema scolastico, quegli operai che senza sosta contano punti assegnano voti, fanno conti e buttano fuori un numero. Ah, le gioie della burocrazia! Ci si può estraniare da una deontologia professionale, ci si può allontanare dal pensare all’etica del nostro ruolo nel confronto di un essere umano perchè, ah si, signori miei, le procedure sono le procedure e se la forma è corretta poco importa la sostanza.
Mettiamolo in termini semplici. Sofia e i suoi sogni è 15+4+9+10+chissà che cosa perchè nessuno, al giorno di oggi in cui scrivo questo articolo, le ha detto qual’è il numero che fa la differenza tra un futuro all’università o un futuro in un istituto di recupero anni e una maturità negata.
Ricordo Hanna Arendt, a questo punto:
 Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più (Le origini del totalitarismo, 1951 p.649)
Il male non è male in quanto il suddito di un regime (un sistema istituzionale qualsiasi esso sia), è devoto alle procedure. Non occorrono a questo punto odiose comparazioni con le esperienze più terrificanti del totalitarismo nazista per illustrare il concetto.
Ma basta questa storia sull’esame di maturità. Qual’è il suo senso vero e ultimo? Qual’è la sua importanza e impatto formativo sul giovane che si affaccia al mondo, al quale li si riconosce (o meno) la “maturità” per poter far udire la propria voce, per poter agire nel mondo (adulto)?
Io non credo che ci sia alcun esame né alcuna commissione che possa indicare una soglia unica e universale per la maturità. Io credo nella creatività e incommensurabilità dell’essere umano, nella sua continua ricerca del sé, e nel dialogo fecondo tra docente e allievo, che supporta una tale creazione. E per questo mi cimento in Freire: Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo.
 
Allora la bocciatura può avere senso sè e solo sé forma se può avere un risvolto fondamentale nel futuro di una persona, come gesto di amore (parafrasando Freire) verso l’allievo, come gesto anche di un agire nel mondo che è responsabile e costruttivo, rifacendomi a Hanna Arendt.
Ma la bocciatura che è il risultato dei conti della serva, la bocciatura che è il risultato del procedimento formale, e anche del estraniamento del proprio essere etico nel mondo, ah, quella la ripudio pienamente.
 
Perchè, come dice il mio maestro Umberto Margiotta, il docente interviene nella mente dell’allievo come il chirurgo interviene sul cervello. E’ allora perché lasciare una ferita, anzichè un’impronta formativa che durerà per tutta la vita come risultato di un tale delicato intervento?
Quando Margiotta si chiede: Che cosa serve -da studiare, da apprendere, da formare- a ciascun individuo per sviluppare le sue attitudini e abilità tanto bene quanto gli è necessario per educare la sua umanità affluente e un atteggiamento positivo verso la propria esistenza; tanto bene quanto è necessario a corroborare le aspirazioni di apprendimento, di relazione e di scambio sociale che intende attivare di sua iniziativa? (Insegnare nella Società della conoscenza, 2007, p.65), io mi rispondo: non di sicuro, un esame di maturità come quello vissuto da Sofia.
 
 
(*) Sull’entropia: Georgescu-Roegen applicando il secondo principio della termodinamica all’economia, e in particolare all’economia della produzione, ha introdotto una teoria economica che discute i fondamentali delladecrescita: ogni processo produttivo non diminuisce (e quindi incrementa irreversibilmente o lascia uguale) l’entropia del sistema-Terra: tanta più energia si trasforma in uno stato indisponibile, tanta più sarà sottratta alle generazioni future e tanto più disordine proporzionale sarà riversato sull’ambiente. Da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Entropia
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